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Cultura
Abbiamo nostalgia di Federico Fellini

Zavattini, Flaiano, Mastroianni e una Roma bellissima: 25 anni fa moriva a Roma Federico Fellini

Domenica 31 ottobre 1993. Muore a Roma a 73 anni, dopo due settimane di agonia, il regista Federico Fellini. “I contatti con il cinema, anche se indirettamente, cominciano dal Marc’Aurelio, il giornale umoristico di Angelo Rizzoli, futuro produttore della Dolce vita. È il 1939, Fellini si è appena trasferito a Roma e già frequenta le stanze della ‘mitica’ redazione. Qui conosce Steno (Stefano Vanzina), che è segretario di redazione, e, giovane aspirante come lui, Ruggero Maccari; il suo modello ha un nome già leggendario: Zavattini. Federico entra anche nel giro della rivista e del varietà, con relative appendici radiofoniche Eiar. Le frequentazioni, tra i diversi ambienti, si chiamano Metz e Marchesi, Age e Scarpelli; diventa amico di Aldo Fabrizi. Ed è proprio ideando e animando rubriche radiofoniche che conosce Giulietta Masina: è ‘Pallina’, il personaggio di una di queste rubriche. Mentre la fine della guerra si avvicina, intensifica l’attività di sceneggiatore, fino a farne l’occupazione principale, a svantaggio di quella giornalistica e radiofonica. Non accreditato, collabora a qualche film di Mattoli con Macario. Intanto frequenta la casa-fucina di Zavattini, dove incontra il primo di una serie di sceneggiatori-compagni di strada: Piero Tellini. Con lui scrive Avanti, c’è posto… (1942) e Campo de’ Fiori (1943), che collocano il protagonista Fabrizi al confine tra la commedia sentimental-populista e il nascente neorealismo.

Proprio per avvicinare il popolarissimo comico romano lo contatta Roberto Rossellini, che vuole Fabrizi come protagonista di Roma città aperta. Il rapporto personale e l’esperienza di sceneggiatore dei due capolavori rosselliniani – anche Paisà, dove Federico più che nel primo caso ‘bilancia’ la personalità di Sergio Amidei, sempre in rapporto conflittuale con Roberto – segnano il talento felliniano in formazione più di quanto il suo futuro stile lasci sospettare. Egli resterà, pur ‘tradendolo’ con l’eccezionale individualità di chi fa scuola, figlio del neorealismo e dell’incontro con il suo creatore. Con il quale torna nel ’50 per Francesco, giullare di Dio. La vicenda di Fellini sceneggiatore prosegue per Fabrizi protagonista di Il delitto di Giovanni Episcopo (1947); è anche l’occasione per fare una nuova importante conoscenza, Alberto Lattuada, regista del film e coregista di quello che sarà il primo mezzo-titolo della filmografia felliniana: Luci del varietà, nel ’50.

Ma, prima che inizi l’avventura del regista, ecco il secondo sceneggiatore-compagno di strada della sua carriera: è Tullio Pinelli, e anche con lui, prima di condividere una lunga complicità, scrive per un altro regista: Pietro Germi. In nome della leggeIl cammino della speranzaIl brigante di Tacca del Lupo. Ma chi incoraggia Federico ad avvicinarsi ai misteri e alla magia del set è appunto Lattuada: con lui e per lui Fellini scrive ancora i copioni di Senza pietà e Il mulino del Po prima di debuttare regista. Da Lo sceicco bianco, primo film tutto suo, fino a Giulietta degli spiriti, per un quindicennio Pinelli è il collaboratore più stretto, il complice confidente numero uno delle fantasie felliniane. Perché, non lo dimentichiamo, malgrado l’importanza di queste ‘compagnie’, tale è e sarà la funzione dei suoi sceneggiatori, del tutto particolare essendo la funzione della sceneggiatura nel suo cinema. Suggerimento, traccia, suggestione, gioco, ispirazione, colloquio.

Mai qualcosa che si avvicini al significato più tecnico della parola. Tanto che, da Flaiano a Guerra, le sue “spalle” quasi mai sono sceneggiatori di professione. Ma accanto a Pinelli si affaccia un altro nome (terzo del percorso felliniano): Ennio Flaiano, che all’inizio va e viene ma poi diventa stabile co-ispiratore; anche lui fino a Giulietta degli spiriti. È la squadra (talvolta arricchita da Brunello Rondi) che crea i grandi film della prima stagione: da La strada a Le notti di CabiriaLa dolce vita e 8 1/2. Con la seconda metà degli anni Sessanta, per una nuova pagina creativa nel corso della quale la cupezza tenderà a sovrastare l’esuberanza, lo sceneggiatore di fiducia del Maestro diventa Bernardino Zapponi. Tre passi nel delirio e Fellini-SatyriconI clowns e RomaIl Casanova e La città delle donne. E dopo di lui il poeta romagnolo Tonino Guerra: il quale dapprima interrompe la serie-Zapponi per Amarcord, e poi è con Fellini in E la nave va e Ginger e Fred. A partire dal pamphlet Prova d’orchestra, misura di una volontà di esporsi in modo molto diretto, compresi gli ultimi Intervista e La voce della luna (sebbene questo sia ispirato a un libro), Fellini finirà per fare praticamente da solo. Senza più compagni di strada, lungo i labirinti di un’immaginazione diventata forse più difficile da condividere. Almeno da condividere festosamente, come nonostante epiche traversie artistiche e produttive era stato in passato” [Paolo D’Agostini, la Repubblica 2/11/1993].

Fonte: anteprima.news

Alessandro Di Giacomo
31/10/2018