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Arte
Prada Marfa

Un’apparizione nel nulla del deserto texano

È lì dal 1° ottobre 2005. Texas occidentale, confine con il Messico a 40 km dalla cittadina di Marfa, 2.000 abitanti sperduti nel deserto del Chihuahua. Nel nulla della statale U.S.90, percorsa solo da camion e pick-up di proprietari di ranch della zona, spunta la finta boutique Prada del duo di artisti scandinavi Michael Elmgreen e Ingar Dragset. Una replica perfetta: stesse linee minimal chic e colori chiari, ma senza commessi. Una capsula completamente sigillata, con scarpe e borse della collezione Autunno/Inverno 2005 trasformati da oggetti di culto a opere d’arte. I ripiani retro-illuminati, le pareti bianche, i tavolini bassi e la moquette color panna creano un contrasto geniale con il surreale e selvaggio contesto che contorna la struttura: il rosso e l’azzurro del cielo, il verde della vegetazione, il marrone della terra.

― La desiderabilità della merce imprigionata in una capsula sigillata

Un’installazione artistica finanziata dall’Art Production Fund e dal Ballroom Marfa, centro di cultura contemporanea fondato nel 2003 e sempre attento a progetti e sperimentazioni. Un’idea accolta favorevolmente anche da Miuccia Prada, che ha concesso l’utilizzo del logo, scelto e donato personalmente venti scarpe destre e sei borse. Volutamente abbandonata senza manutenzione, con le intemperie che la modificheranno fino a distruggerla, Prada Marfa amplifica la desiderabilità degli oggetti, proibendone però ogni contatto. Quella di Elmgreen&Dragset è una riflessione sulla cultura del consumo, soprattutto nel campo della moda, che ogni sei mesi lancia nuove tendenze dichiarando vecchie le precedenti. Formalmente inutile come la desiderabilità di merci imprigionate in una capsula sigillata. A meno che non vengano presentate come opere d’arte senza tempo. Classiche, prima ancora che obsolete.

Alessandro Di Giacomo